Diana Ferrara


 

marzo - maggio 2026

Diana Ferrara: il vento mi risponde

Da dove nasce la potenza del segno inciso? Perché quei segni, in quelle reiterate sequenze, suscettibili di infinite variazioni, suscitano emozioni?

Un segno può acquisire un nuovo significato a seconda delle virtù combinatorie a cui è sottoposto, cioè della sua posizione, cercata, voluta, organizzata dall’artista.

Nei lavori di Diana Ferrara è sempre riscontrabile una dimensione poetica che emerge dalla sua capacità di evocare emozioni, sensazioni e riflessioni profonde.

Questa dimensione permette all'artista di comunicare idee astratte e sentimenti attraverso il suo linguaggio visivo, ricco e complesso.  L’artista considera il suo lavoro una sorta di dichiarazione, sente la necessità di dire qualcosa sapendo benissimo che le cose non si semplificano mai, anzi si complicano sempre, nel passaggio dall’intenzione alla effettiva realizzazione. In alcuni casi avverte il bisogno di inventarsi nuove soluzioni espressive, o almeno rielaborare le tecniche che già esistono, sperimentando diverse combinazioni.

Le opere in mostra testimoniano, per exempla, il percorso di ricerca intrapreso da Ferrara nei primi anni Ottanta e che arriva fino ad oggi.

Troviamo infatti La giostra I stato, lavoro giovanile del 1983, realizzato con tecnica calcografica indiretta della vernice molle e acquatinta, su lastra di zinco. Il segno è convulso, dinamico e fortemente espressivo, ravvivato in alcune sue parti da macchie di colori dati ad acquerello. 

In La giostra II stato, evoluzione dell’opera precedente e che vede l’impiego di altre tecniche, il colore viene eliminato, cambia pure il verso di lettura dell’opera che ora è presentata in verticale e in questo modo viene esaltata ancor più la natura gestuale dei segni e i netti contrasti tra le zone bianche e quelle grigio-nere. 

Sempre del 1983 sono Grafismo cromatico e Doppia nota, acqueforti, stampate a la poupée su lastre di zinco, opere che si presentano profondamente diverse rispetto alle precedenti. 

Con una particolare e raffinata tecnica calcografica l’artista può stampare immagini policrome. In questi due lavori composti attraverso micro-segni che si accumulano per dare vita ad una texture brulicante e palpitante, Ferrara esplicita la sua sensibilità cromatica. In particolare, Grafismo cromatico si distingue per la vivacità dei colori che identificano diverse aree della composizione: la parte superiore è caratterizzata soprattutto da toni di blu e azzurro, la parte centrale presenta sfumature di viola e rosso mentre la parte inferiore è dominata dai toni caldi di giallo. Alcune parti lasciate bianche creano un contrasto luminoso con i colori evidenziando la vibrazione della dinamica composizione astratta.

Particolarmente interessanti sono Uccello di fuoco e Impulsione di giallo, realizzati a bulino su lastre di rame, entrambi del 1986, dove forme astratte “sfaccettate” sembrano fluttuare nello spazio candido del foglio. Il segno preciso e dettagliato esalta la possibilità di ottenere variazioni di grigi che spaziano da tonalità oscure ad effetti più tenui. C'è un forte contrasto tra le aree chiare e scure dell'opera, che crea un effetto visivo molto potente.

Una sintesi formale è invece proposta in Il bianco e il nero (1988), puntasecca su lastra di zinco, dove un ovale, caratterizzato da un nero profondo ottenuto da “infiniti” segni sovrapposti, si staglia sulla superficie bianca del foglio; la stessa semplificazione la ritroviamo nella forma germinale di Arcadia (1989), acquatinta-puntasecca-bulino su lastra di zinco. 

Alcune opere degli anni Novanta, qui esposte, sono caratterizzate da parole e scritte che divengono, nell’insieme, importanti elementi compositivi. La scrittura è rilevante non solo per il suo valore testuale (poetico) ma anche come risultato grafico strettamente connesso al gesto della mano dello scrivente, alla sua calligrafia. Incentrata sulla scrittura (incisa, impressa a secco, riportata a matita) è Eroe da nulla (1994), realizzata con una tecnica pittorica e intaglio, stampa a secco, su matrici-lastra zinco e cartone. Le parole si presentano speculari, rendendo più disagevole la lettura del testo che sembra descrivere una sensazione di distacco da un contesto esterno frenetico e meritocratico, esaltando un eroismo diverso e resiliente. Queste parole, ben visibili, entrano in relazione con quelle, sempre riportare specularmente, che Antonin Artaud ha dedicato a Vincent van Gogh. Queste sono in rilievo, impresse a secco, sono bianche su fondo bianco e la loro lettura è facilitata dalla trascrizione riportata a matita dall’artista. L’uso delle parole lo troviamo anche in Il vento mi risponde (2025)bulino su tre lastre di rame, che si presenta come un leporello mettendo in relazione e dialogo immagini astratte e parole. La scritta il vento mi risponde, si può leggere sia correttamente che specchiata, suggerendo una sorta di eco che evoca la persistenza delle parole portate dal vento.

Non eseguite con tecniche calcografiche sono Ovunque (2020, trittico su carta tecnica mista a olio, pastello e china) e Bella ciao (2023, tecnica mista su carta, olio, tempera, matite).

La prima opera è composta da tre pannelli distinti che formano, posti uno accanto all’altro, un unico lavoro. Ogni pannello ha una sua identità ma insieme creano un'esperienza visiva coerente e unitaria. Il titolo Ovunque suggerisce un senso di espansione cromatica, che ritroviamo nella natura fluida e senza confini delle forme e dei segni dipinti.

Bella ciao nel suo complesso trasmette attraverso segni e colori un senso di energia, passione e, in linea con il titolo che richiama la famosa canzone popolare, un’invocazione alla resistenza e alla libertà.

In due opere realizzate a quasi dieci anni di distanza, I piedi in testa (2015), acquaforte, lastra di zinco, e Eppure cammino (2024), acquaforte e punta secca, stampata con mascherina, lastra di zinco, ritroviamo un elemento comune, caro all’artista: l’impronta del suo piede.

Per l’artista la sua orma, lasciata dal piede scalzo, simboleggia la sua presenza, il suo esistere, il passaggio fisico, un contatto diretto con la superficie, un possibile ritratto di sé. In Eppure cammino la direzione delle impronte suggerisce un’andata e un ritorno, un attraversamento, l’idea di un viaggio che si svolge all’insegna della resistenza e della perseveranza, un percorso tenace che non ha fine, come quello artistico di Diana Ferrara.

Giovanni Bianchi

 

- note biografiche Diana Ferrara



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